R U D O L F   B U L T M A N N

Fonte e Link: http://it.cathopedia.org/wiki/Rudolf_Bultmann

(Wiefelstede, 1884; † Marburgo, 1976) è stato un esegeta e teologo tedesco.

bultmannCompie gli studi in varie università tedesche, a Tubinga, Berlino, Marburgo sotto la guida di Adolf von Harnack, Hermann Gunkel e Johannes Weiss. Nel 1912 ottiene la cattedra di Nuovo Testamento e di Storia della Chiesa primitiva a Marburgo. Nella stessa università, ha come collega per molti anni, Martin Heidegger del quale, con il tempo diverrà, ammiratore e discepolo.

Nel 1921 pubblica una delle sue opere maggiori, la Storia della tradizione sinottica (Die Geschicte der synoptichen Tradition) in cui introduce il metodo storico-morfologico ( Formgeschichte) nell’ambito della ricerca neotestamentaria.

Nel 1926 pubblica Jesus, dove presenta la figura di Gesù ed il suo messaggio, in chiave esistenzialista.

Nel 1941 esce il manifesto sulla demitizzazione dal titolo Neues Testament und Mythologie (Nuovo Testamento e Mitologia). Diventa così uno dei maggiori pensatori, di risonanza mondiale, decisivi per un rinnovamento dell’approccio teologico. Dal manifesto prenderanno vita numerosi movimenti radicali, alcuni dei quali confluiranno della teologia della “morte di Dio“.

Nel 1951 si ritira dall’insegnamento e vive a Marburgo. Le condizioni di salute si aggravano ed il teologo trascorre gli ultimi anni afflitto dalla cecità . Muore il 30 luglio 1976.

Opere

Tutti i saggi composti lungo il corso della sua vita sono raccolti in quattro volumi, sotto il titolo di Glauben und Verstehen (Credere e comprendere) usciti rispettivamente nel 1933, nel 1952, nel 1960 e nel 1965.

Altre opere del teologo sono :

  • Il cristianesimo primitivo nel quadro delle religioni antiche (1949)
  • Il Vangelo di Giovanni (1941)
  • Teologia del nuovo testamento (1951)
  • Prediche marburghesi (1956)
  • Storia ed escatologia (1958)
  • Gesù Cristo e la mitologia (1958)
  • La seconda lettera ai Corinti (1976)

Bultmann è uno degli esegeti più influenti del XX secolo, ed un grande teologo del Nuovo Testamento.

Come esegeta ha acquisito meriti eccezionali mettendo a punto quel metodo storico-morfologico che tanto ha contribuito allo sviluppo dell’esegesi neotestamentaria.

Come teologo ha legato il suo nome alla teoria della demitizzazione. Si tratta di uno strumento ermeneutico di cui egli ha fatto un uso personalissimo, legandolo a filosofie immanentistiche soggettivistiche e storicistiche di marca kantiana e heideggeriana.

La teologia cattolica ha seguito con particolare attenzione soprattutto le sue idee sulla demitizzazione e le sue applicazioni alla cristologia e alla ecclesiologia

La demitizzazione del Nuovo Testamento

Il termine demitizzazione (Entmythologisierung) fu introdotto da Bultmann nel libro Nuovo Testamento e mitologia del 1941.

Con tale termine indica un procedimento con il quale libera il testo sacro da ogni sovrastruttura mitica e metafisica per identificarne l’autentico significato religioso.

Secondo il teologo, infatti, è necessario procedere alla demitizzazione dei Vangeli come dell’Antico Testamento, perché la struttura mitica e metafisica che gli hanno dato gli autori è oggi superata. L’uomo moderno non si esprime più secondo le categorie del mito e della metafisica ma secondo quelle della scienza e della tecnologia. [1]

La metafisica tende ad oggettivare, cioè a esteriorizzare gli stati mentali dell’uomo riconoscendo loro un valore. Questa mentalità mitico-metafisica è quella presente nella narrazione neotestamentaria. I suoi autori, infatti, oggettivizzano e ipostatizzano i loro sentimenti, attribuendo il nome di angeli o spiriti benefici nel caso di sentimenti o impulsi buoni e dando il nome di demoni o spiriti malefici se si tratta al contrario di impulsi negativi. Gli scrittori dei testi sacri riconoscono un’esistenza autonoma a demoni, angeli, e popolano il Cielo e gli Inferi di esseri soprannaturali.

Stabilito dunque il carattere mitico-metafisico del linguaggio biblico, Bultmann si chiede se l’annuncio cristiano possa pretendere che l’uomo di oggi sia capace di accettare come vera la visione metafisica del mondo. Il teologo risponde negativamente e afferma che è

  • assurdo pretenderlo perché è la visione del mondo di un’epoca remota, ancora lontana dal pensiero scientifico
  • impossibile pretenderlo perché la visione del mondo viene offerta nella sua concreta situazione storica[2]

Conclude quindi, affermando che, per l’uomo moderno, la concezione mitica del mondo, le rappresentazioni della escatologia, del Redentore e della redenzione sono sorpassate e superate. [3]

Per questo occorre demitizzare, cioè cercare di scoprire il significato più profondo che si cela sotto le concezioni mitologiche. Scopo della demitizzazione è interpretare gli enunciati mitologici servendosi dell’auto-comprensione che l’uomo moderno ha di se stesso. Tale comprensione per Bultmann è esistenziale.

Demitizzare, in ultima analisi, significa respingere l’idea che che il messaggio biblico ed ecclesiale sia legato ad una visione del mondo antica e sorpassata. La predicazione cristiana compiuta per ordine di Cristo e sotto il suo nome, non presenta una dottrina che si deve accettare, anche a prezzo di un sacrificium intellectus.

La predicazione cristiana è un Kerigma, ossia un annuncio, che non si rivolge alla ragione speculativa, ma a chi lo accoglie nella sua identità. Anche San Paolo in 2Cor 4,2 lo ricorda. La demitizzazione della Sacra Scrittura operata da Bultmann è stata drastica e radicale.

L’autore è pertanto giunto ad affermare che la storia della creazione è l’espressione della finitezza e della dipendenza dell’uomo. La caduta del peccato è invece un’espressione della consapevolezza che l’uomo ha del disordine della sua esistenza. Il mito della Risurrezione esprime la manifestazione del nuovo essere che sorge dal ri-orientamento dell’umanità operato da Cristo.

I miti escatologici del giudizio e della fine del mondo mettono in evidenza la gravità della situazione dell’uomo che è responsabile della sua irripetibile esistenza vissuta continuamente in faccia alla morte.

Cristo e il suo messaggio

Nella cristologia la demitizzazione realizza risultati sconvolgenti arrivando a farne un uso devastante del metodo.

Il teologo protestante, infatti, sfronda la figura di Cristo da tutto ciò che appare straordinario, soprannaturale, insomma da tutto ciò che, a suo giudizio, è frutto della mentalità mitica degli autori del Nuovo Testamento.

Dunque vengono demitizzati non solo i suoi miracoli, ma anche la sua nascita virginale, la risurrezione e l’ascensione al Cielo.

Bultmann priva in questo modo Gesù Cristo del suo essere soprannaturale, del suo essere divino, ma arriva pure a metterne in dubbio la sua esistenza storica. Afferma infatti che di Gesù Cristo non si hanno documenti storici attendibili, anche se questo non giustifica la negazione dell’esistenza storica di Gesù, perché è indiscutibile che lui sia l’iniziatore del movimento storico che ha nella comunità palestinese il nucleo originario.

Di Gesù Cristo Bultmann salva soltanto il suo messaggio, il Kerigma. Per il teologo protestante ciò è sufficiente perché l’opera fondamentale di Cristo è l’annuncio del Regno di Dio. L’essenza del suo messaggio è, nella sostanza, un nuovo modo di comprendere l’umana esistenza.

La Parola di Dio chiama l’uomo a rinunciare al proprio egoismo e alle sue illusorie certezze. Gli fa volgere lo sguardo al di là del mondo visibile e del pensiero razionale, lo interpella nella sua esistenza unica e irripetibile[7].

Per Bultmann il cristianesimo ha dato all’esistenza umana un senso che il mondo antico non aveva mai conosciuto. Ha reso l’uomo un’entità trascendente, visibile in modo particolare nella dottrina cristiana del dolore.

È attraverso il dolore, infatti, che si sviluppa nell’uomo la forza interiore della reazione al male. Il dolore per il cristiano è una fonte di energia. L’essenza fondamentale del cristianesimo è questa: Dio si rivela nel crocifisso,che, in quanto risorto, ha trasformato in Signore.

Nella rilettura bultmanniana della figura di Cristo si intrecciano due elementi:

l’esistenzialismo in particolare è per il teologo protestante la filosofia che permette una precomprensione del fenomeno storico del cristianesimo, di Gesù e del suo operato. È insomma quella che offre le rappresentazioni più appropriate per l’interpretazione della Bibbia. Quindi dà al kerygma un significato esistenziale, non ontologico o metafisico.

Questo significa che a Bultmann non interessano le verità dogmatiche, relative a Dio, a Cristo e all’uomo, ma soltanto quelle pratiche, quali l’invito alla conversione e la totale obbedienza a Dio. Cristo non è per lui il redentore ma il rivelatore: è colui che rivela all’uomo un tipo nuovo di esistenza, che consiste nell’essere-per-Dio, nell’assoggettare totalmente a lui ogni pensiero e volere. La relazione personale con Dio può essere stabilita solo a partire da lui che va incontro all’uomo con la sua Parola.

Cosa rende credibile l’evento Cristo ed il suo kerygma è per il teologo la predicazione, che conferisce all’annuncio il carattere salvifico. Insomma, il solo fatto che questo evento venga annunciato, lo rende salvifico. Per Bultmann l’identificazione della Parola di Dio con la realtà salvifica fa parte della sua stessa natura. Il fatto salvifico non è un evento del passato riscontrabile in modo obiettivo e adatto a diventare oggetto di insegnamento e di scienza. Nel fatto salvifico per eccellenza, che è Gesù Cristo, ciò che si può conoscere è il destino umano nel quale si attua l’intervento di Dio. Questo deve essere annunciato mediante la Parola e quindi l’evento della salvezza si incontra solo come annuncio, kerygma.

Non si tratta pertanto di una informazione che comunica una scienza teorica, ma di una Parola che ha potere, che è efficace.(1Ts 2,13) La Parola di Dio è comando, indicazione, e deve essere osservata, altrimenti è una Parola vuota. È un appello che va ascoltato e compreso nel senso autentico.

 Il kerygma cristiano è dunque per il teologo protestante un invito alla fede, cioè all’ubbidienza della fede di fronte all’intervento di Dio.

La Chiesa messaggera della Parola di Dio

Nei suoi scritti Bultmann approfondisce anche il tema della Chiesa. Uno dei saggi in cui affronta il problema è Glauben und Verstehen , Tubinga, 1965, vol. II. In esso afferma che Gesù non ha mai avuto un concetto proprio di Chiesa poiché si è sempre attenuto a quello ebraico elaborato da Israele. Gesù, infatti, si muove nell’ambito della storia del suo popolo, si mantiene fedele alla Legge e alla Tradizione veterotestamentaria.[11] Porta soltanto avanti il Kerigma affermando che in lui le profezie hanno trovato il loro compimento. (cfr Lc 4,16-21)

Per Bultmann la Chiesa nel senso cristiano del termine si deve a San Paolo che l’ha mediata dall’ambiente ellenistico. Nella concezione paolina la Chiesa possiede tre caratteristiche:

  • è la riunione cultuale della comunità, in cui Cristo è presente come lo provano lo Spirito e i Carismi
  • è la comunità escatologica, come testimoniato dal fatto che possiede lo Spirito, che è il dono atteso dei tempi ultimi
  • è la comunità dei chiamati da Dio, già chiamata dagli annunci dell’Antico Testamento e poi attraverso Gesù Cristo. La sua morte e risurrezione hanno infatti dato vita alla nuova comunità.[12]

Queste caratteristiche sono state raccolte da Paolo con l’espressione “Corpo di Cristo”. Il corpo ecclesiale non si costituisce per aggregazione delle sue membra, ma per per opera di Cristo e con la sua chiamata. Se tra gli elementi della Chiesa ce n’è uno che conta di più, questo è l’elemento della chiamata, cioè l’appello che Dio rivolge all’umanità in Gesù Cristo. In risposta a tale appello si sviluppa la dimensione cultuale della Chiesa.

Per Bultmann la Chiesa si fonda sulla Parola e si identifica con essa. La Parola di Dio e la Chiesa sono inseparabili. Pertanto, l’identificazione della Chiesa con una istituzione sociologica e con un particolare fenomeno della storia mondiale, può essere asserita solo in termini di paradosso. Come la Parola di Dio diviene tale solo nell’evento, così la Chiesa è realmente Chiesa soltanto quando diviene evento. Dunque per il teologo esiste una identità tra Parola di Dio, evento di salvezza e Chiesa.

Pertanto, conclude nella sua riflessione, non si può contrapporre la Parola alla Chiesa, perché essa conserva una tradizione autorizzata che è appunto la Chiesa, non si può contrapporre neanche la Chiesa alla Parola perché questa la costituisce.

Ponendo un’ identità sostanziale tra Chiesa e Parola Bultmann giunge, come tutti i teologi protestanti, ad una seria difficoltà per quanto attiene l’aspetto visibile della Chiesa. La definisce infatti una realtà essenzialmente ambigua. L’ambiguità deriva dal fatto che sul piano visibile e verificabile della storia, la Chiesa non presenta alcuna nota di identificazione che la possa differenziare dalle altre associazioni politiche, economiche e culturali.

Nella Chiesa infatti nulla c’è che la possa identificare come la comunità della salvezza allo stesso modo, in nessun evento storico ci sono segni inequivocabili di un fatto salvifico.

La definizione della Chiesa come comunità del Kerigma costituisce sia la grandezza che la debolezza dell’ecclesiologia del teologo protestante. Diventa punto di forza quando rende legittima la pretesa della Chiesa di essere l’ unica fonte di salvezza, poiché è l’unico luogo dove il Kerigma viene proclamato con autorità.

Diviene anche espressione di debolezza quando, per rendere credibile il suo annuncio, si serve di mezzi ambigui e sospetti. La Chiesa infatti, non può mai rinviare a dati oggettivi per far valere la sua pretesa di salvezza. La sua unica credenziale, affermata da tutto il mondo protestante, è la sola fides .

Questo principio basilare del protestantesimo si sposa in Bultmann con la teoria della demitizzazione e finisce per ridurre la Chiesa ad una realtà assolutamente invisibile che non dispone di nessuno strumento per rendersi osservabile ed esperibile.

La Chiesa, nella sua visione, è semplicemente un evento paradossale, una parola pronunciata da Dio una sola volta in Gesù Cristo, una sorta di apax  ripetuta poi nell’umanità.

Limiti della sua riflessione

Con il manifesto della demitizzazione Bultmann ha messo in risalto un problema di difficile soluzione: il Kerigma non si trova mai allo stato puro ma è sempre avvolto nelle categorie di una cultura particolare.

Questa situazione impone all’esegeta di liberare ciò che appartiene effettivamente al kerigma da ciò che appartiene alla sovrastruttura culturale. Da qui l’esigenza della demitizzazione . La maggior parte dei teologi e degli esegeti, tuttavia, non approva i criteri con cui Bultmann ha operato la sua ermeneutica nel Nuovo Testamento.

Per loro è assolutamente inaccettabile l’assunzione della scienza come metro per distinguere tra ciò che appartiene al mito e ciò che appartiene alla storia. Questo è un criterio estremamente riduttivo, che poteva andare bene ai tempi del positivismo, ma non più adesso, dopo che i recenti sviluppi dell’ epistemologia hanno deluso le ambizioni dell’infallibilità del sapere scientifico.

Analoghe riserve si possono sollevare nei confronti dell’esistenzialismo ritenuto da Bultmann la filosofia “giusta” in grado di interpretare il fenomeno storico del cristianesimo.

Infine, per quando concerne i rapporti tra mito e storia nella Sacra Scrittura, non c’è dubbio che la priorità spetti alla storia. Gli autori sacri non hanno escogitato racconti mitologici per dare espressione alle loro convinzioni religiose personali; anche quando hanno utilizzato narrazioni mitologiche mutuate dalle culture pagane, l’hanno fatto per dare espressione ad eventi storici.

L’Antico Testamento ha storicizzato i miti, innestandoli intimamente nella storia d’Israele. Il Nuovo Testamento è andato anche oltre, subordinando tutti i miti, ad un unico evento storico: la morte di Gesù e gli avvenimenti successivi ad essa connessi. I miti vengono così messi a servizio dell’esposizione storico-escatologica, al centro della quale si colloca un evento storicamente controllabile.

Opere e traduzioni

Rudolf Bultmann

Di Diego Fusaro

Fonte e Link: http://www.filosofico.net/bultmann.htm

Vicino in un primo tempo alle posizioni di Karl Barth, il tedesco Rudolf Bultmann (1884-1976), autore di ” Credere e comprendere ” (in quattro volumi, 1933-1965), si discosta ben presto dalla teologia dialettica nell’intento di ripensare quanto di positivo aveva comunque espresso quella liberale. Egli muove dal fondamentale postulato barthiano, quello dell’assoluta trascendenza di Dio rispetto al mondo e all’uomo, ma la domanda che regge tutta la sua riflessione teologica verte su come, in tale condizione, l’uomo possa recepire e far propria la parola di Dio donatagli nella rivelazione. La risposta di Bultmann poggia sugli strumenti concettuali tratti dall’esistenzialismo e, soprattutto, dall’analitica esistenziale di Heidegger: l’uomo può comprendere la parola di Dio poiché vi è in lui una ” precomprensione dell’esistenza ” che costituisce la base della sua apertura al Dio che lo interpella e, quindi, all’esperienza di fede. Però, affinchè ciò sia possibile, è necessario, secondo Bultmann, che la parola di Dio sia liberata dalle concezioni mitologiche risalenti all’epoca in cui essa è stata fissata per iscritto, in modo da poter essere presentata nella sua genuinità all’uomo di oggi, per il quale l’elemento mitologico è divenuto estraneo e incomprensibile. E’ questo il metodo della demitizzazione , che intende liberare il messaggio cristiano dalle forme di cui è esteriormente rivestito nelle Sacre Scritture, non per smentire queste ultime, ma per far emergere il significato universale che sottende le rappresentazioni contingenti e relative alla determinata civiltà che le ha espresse. Si tratta di recuperare la dimensione autentica ed essenziale della Scrittura, accessibile ad ogni uomo nella chiarificazione della sua esistenza, in modo da poter accedere a una fede criticamente depurata e indipendente dalla sua particolare collocazione spazio-temporale. Occorre perciò, in primo luogo, operare una distinzione tra il vero contenuto della fede e i simboli attraverso cui essa è stata tramandata, sia nelle prime comunità cristiane (con i relativi influssi di marca ellenistica), sia nelle epoche successive, come durante il Medioevo; si deve cioè riconoscere come mitica (e quindi spuria) ogni rappresentazione che costringa il divino in categorie umane e mondane immanentizzando la trascendenza e abbassando a fatto puramente umano la redenzione di Cristo. Lo stesso vale per la tradizionale concezione del miracolo come azione del sovrannaturale nella storia, per le visioni apocalittiche della fine del mondo o del giudizio finale (comuni, del resto, a molte religioni non cristiane), o anche per molte verità dogmatiche espresse in forme che ne velano il genuino contenuto di fede. Per cogliere quest’ultimo è necessario che l’uomo, rivolgendosi ai testi sacri, sia animato da un’attiva precomprensione del problema di Dio, la cui mancanza rende muto il rapporto e impossibile la relazione tra la domanda dell’uomo e la risposta dei testi: ” la demitizzazione vuol mettere in risalto l’autentica intenzione del mito, cioè quella di parlare dell’esistenza umana, del suo essere fondata e limitata da una potenza dell’aldilà non mondana, una potenza che non è percepibile dal pensiero oggettivamente. In senso negativo, quindi, la demitizzazione è una critica dell’immagine del mondo propria del mito, nella misura in cui essa nasconde la vera intenzione del mito stesso. In senso positivo è un’interpretazione esistenziale, con cui si vuol chiarificare l’intenzione del mito, che è precisamente quella di parlare dell’esistenza dell’uomo ” (“Nuovo Testamento e mitologia”, app. I). Ciò riporta in piena luce il legame tra teologia e filosofia, nelle norme che Bultmann considera più atta a illuminare il problema della precomprensione, cioè l’esistenzialismo di Heidegger, soprattutto laddove egli esamina le nozioni di “esistenza inautentica” e “esistenza autentica”: la prima è per Bultmann la via del peccato, giacchè in essa l’uomo si appiattisce sull’oggettività e sulla manipolazione dell’essere, e non è aperto a una realtà suprema che lo interpella; mentre nella seconda si dà l’apertura all’inoggettivabile, all’appello dell’Altro, all’evento dell’incontro con Dio. E così l’esistenza autentica può accedere al significato più proprio (e quindi autentico) della predicazione di Gesù, che è appunto un richiamo a mantenersi aperti alla rivelazione di Dio in ciascuno. Ma perché l’uomo possa passare dall’esistenza inautentica a quella autentica (ed è questo ciò che la teologia aggiunge alla semplice analitica esistenziale) la filosofia non è sufficiente e le forze umane non bastano, dal momento che si tratta di una ” conversione ” che può essere operata soltanto dall’amore di Dio attraverso Cristo. La piena realizzazione dell’esistenza autentica è dunque l’incontro con Cristo, che non avviene sulla base di una conoscenza meramente storica, che è sempre di tipo oggettivante, bensì solamente nell’esperienza esistenziale della fede. Il “Gesù storico” è infinitamente meno importante del “Cristo della fede”, che non ha alcun bisogno di essere “ricostruito” nella sua realtà mondana e temporale, giacchè si rivela nell’interiorità di ciascuno a cui voglia manifestarsi. Sulla base di tutto questo si comprende la netta preferenza di Bultmann per il quarto Vangelo, quello più libero da elementi mitologici e più aperto ad una comprensione universalmente filosofica della figura di Cristo: la dottrina del Logos ” che brilla nelle tenebre ” può fruttuosamente incontrarsi con l’idea della precomprensione del divino, con l’istanza esistenziale della decisione di accoglierlo o negarlo, e quindi di accettare o di rifiutare il senso della nostra esistenza.

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